lunedì 16 marzo 2009

Caro Berlusconi, con gli annunci non si mangia

Nel gran giorno del ritorno a “casa” di Prodi, a Berlusconi dice che non si mangiano annunci: «La gente ha bisogno di mangiare, non di continue promesse: hanno annunciato l’aumento dal 10 al 20 per cento dell’indennità per i precari? Tutti pensano che il calcolo sia su base mensile, ma è su base annuale. Si prenderanno 100 euro o poco più al mese. Meglio di nulla, ma è l’ennesima presa in giro».  Sul suo futuro alla guida del Pd e magari, un domani, del governo, è netto: «Lei è l’ultimo giornalista al quale rispondo. Ho già detto come la penso all’assemblea che mi ha eletto».  Il Franceschini che non ti aspetti. In pochi giorni il segretario del Pd ha conquistato spazi mediatici impensabili. Se digitate il suo nome su Google, in 0,13 secondi il computer vi spara 524 mila pagine che parlano di lui. A qualcuno ricorda - metaforicamente - il protagonista di un suo fortunato romanzo: “La follia improvvisa di Ignazio Rando”, archivista che dopo 37 anni, 5 mesi e 4 giorni, sale sulla sedia, monta sul bancone, salta giù e se ne va. Lui, per anni sempre un passo dietro al capo (che fosse della Margherita, dell’Ulivo o del Pd poco conta), è salito all’improvviso sulla sedia della segreteria del Pd, sul bancone di un’assemblea che si è messa nelle sue mani, ed è sceso con un passo nuovo nell’agone della politica. Menando sberle. Alzando la voce. Lanciando un tema al giorno. Spiazzando l’avversario: tanto che Berlusconi ha persino riesumato l’incubo comunista: quello, gli ha detto, è un catto-comunista. Categoria ormai dell’anima e della memoria più che della politica.  Dario Franceschini in questi giorni non ha smesso di rilasciare dichiarazioni. Ma questa è la prima intervista che concede ad un quotidiano. Un’intervista che comincia con l’iscrizione al Pd di Romano Prodi.   Segretario, ha convinto Romano Prodi, se così si può dire, a tornare a casa?  «Non l’ho convinto io. E’ stata una felice sorpresa di questa mattina».   Ma sprizza gioia da tutti i pori.  «Sono felice personalmente e politicamente. E so che sarà una giornata di gioia per migliaia di persone che hanno creduto nell’Ulivo, nel disegno politico che l’ha fatto nascere, e nella nascita del Pd».   Cosa significa il ritorno di Prodi?  «In passato s’è letto il Pd come un punto di rottura con l’Ulivo. Senza capire che Ulivo è sempre stato il nome di un progetto politico. All’inizio vi fu l’alleanza con Rifondazione, che scomparve ad esempio con la candidatura a premier di Rutelli. Nel 2006 alle elezioni si presentò l’Unione. E dentro c’era la lista uniti nell’Ulivo. Col tempo è sembrato che l’Ulivo fosse il nome di tutta la coalizione con tutti i suoi problemi. Invece era un grande disegno politico: unire i riformismi. E il Pd è figlio di quel progetto. Prodi ha ingiustamente pagato la rappresentazione di com’era il centro-sinistra, in particolare negli ultimi anni: troppe sigle, troppi partitini, troppa litigiosità. E quella rappresentazione ha coperto ingiustamente la qualità dell’azione di governo, che ora emerge in modo dirompente, soprattutto se confrontata con quello che sta facendo Berlusconi».   Insomma: si è gettato via il bambino con l’acqua sporca.  «A Prodi vanno riconosciute grandi qualità di uomo di governo, in Italia e in Europa, e gli va riconosciuta anche l’intuizione dell’Ulivo, che è sempre stato un pezzo del centro-sinistra e non il centro-sinistra».   E la storia del catto-comunista?  «Mi fa sorridere. Non la vivo come un insulto. Non lo sono mai stato. Sono stato democristiano. Invece lui, Berlusconi, ha molti tratti delle distorsioni del clerico-fascismo. Ma scambiarsi accuse di questo tipo non interessa a nessuno. Smetta lui e smetterò anch’io».   C’è la crisi. Che fare?  «Tutti i governi del mondo hanno come prima preoccupazione quella di spiegare ai cittadini la gravità della crisi. E poi, dopo aver spiegato i rischi, chiedono che tutti s’impegnino per affrontare la situazione. Qui c’è, dall’inizio, un’operazione opposta, incomprensibile: il Governo ne nega addirittura l’esistenza. Anche la Marcegaglia ieri è stata costretta a denunciare la drammatica situazione delle imprese sull’orlo del fallimento. Se si continua a negarla, il Paese non ha la consapevolezza della situazione drammatica in cui siamo, i singoli non sono pronti a interventi d’emergenza. Gli italiani, pensate al Dopoguerra, sono pronti e capaci. Allora tutti si rimboccarono le maniche e fecero dell’Italia uno dei paesi più industrializzati del mondo. E qui c’è la vera differenza, di fondo, fra noi e loro. Noi pensiamo che dalla crisi il Paese esca tutto insieme o non esca. Loro pensano che sia inevitabile che qualcuno soccomba e che per salvarsi sia anche possibile dare una gomitata sui denti di chi ti cammina di fianco. Mettere le povertà le une contro le altre, Nord contro Sud, lavoratori autonomi contro dipendenti, anziani contro giovani, rischia di portare alla deriva. Nella crisi bisogna ricostruire un tessuto di valori condivisi».   E il Pd cosa farebbe?  «Si occuperebbe di chi rischia di entrare nelle fasce di povertà. Non c’è destra o sinistra, ma buonsenso. Se ci sono migliaia di persone che, alcune da anni, altre di colpo, si trovano a zero euro e hanno figli, mutuo, affitto, spesa da fare, vanno aiutate».   Proposte?  «L’assegno mensile di disoccupazione del 60% della retribuzione per chi perde il lavoro e non ha nessuna forma di ammortizzatore sociale. Un intervento per tutte le fasce di povertà assoluta. Mentre si costruiscono risposte strutturali per uscire dalla crisi, non si può dire a chi non ce la fa di cavarsela. Chi non ce la fa non mangia con gli annunci del governo: il raddoppio dal 10 al 20 per cento dell’ultimo stipendio a chi ha perso il posto di lavoro è calcolato su base annua e non mensile, come hanno cercato di far credere. Porterà in tasca 100 euro al mese. Non risolve nulla».   E gli interventi strutturali?  «Prendete la sicurezza. Se aggiungi la paura alle difficoltà economica, la vita si fa ancora più precaria. Per questo abbiamo proposto di puntare sull’election-day: risparmiando quei 460 milioni di euro, che probabilmente si butteranno via anche il prossimo anno con regionali e referendum sul lodo Alfano, pagheresti lo stipendio a 5 mila nuovi poliziotti e carabinieri e ripareresti le loro macchine, trovando il denaro per la benzina. L’idea di affidare la sicurezza alle ronde è anche culturalmente dannosa. E basta con la storia dei soldati: i 30 mila promessi da Berlusconi non esistono nemmeno».   Nel Pd sembrano avvicinarsi a lei anche i leader storici.  «La partita è troppo importante per la democrazia italiana e quindi bisogna, tutti, accantonare divisioni e litigi e impegnarsi, dimostrando che Berlusconi si può battere. Del resto ha già perso due volte!».   Le piace essere Robin Hood...  «Solo buonsenso. Mi pare che non serva essere Robin Hood per capire che chi ha un po’ di più deve aiutare chi non ha nulla. Il contributo di solidarietà deve partire da noi parlamentari e da tutti quelli che guadagnano come noi o più di noi».   E gli evasori?  «Non è un Paese normale un Paese che ha 110 miliardi di evasione fiscale. Recuperandone il 50 per cento l’Italia avrebbe servizi efficienti e si potrebbero ridurre le tasse per tutti. Già i 7/8 miliardi persi da quando il centro-destra è tornato al governo basterebbero per gli assegni di disoccupazione e per evitare i licenziamenti dei precari della scuola e della pubblica amministrazione».   Europee in vista.  «La prima tappa verso il vero obiettivo: battere Berlusconi alle politiche. Dobbiamo dimostrare che si può invertire la tendenza. L’attraversata è lunga e richiede impegno e passione. Questo è il punto di partenza».

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